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Le città non smettono mai di evolversi, trasformarsi e cambiare. Negli ultimi decenni hanno accolto flussi di persone che continuavano a lasciare paesi e cittadine di provincia attratti dalle opportunità e dalle sfavillanti luci metropolitane. Poi la pandemia e il conseguente lockdown hanno congelato tutto, confinandoci spesso in piccoli appartamenti e riaccendendo il desiderio di verde, di aria aperta, di socialità dando così il via a un’altra sfida evolutiva.

Il diritto alla città di cui parlava Henri Lefebvre nel 1968, torna centrale oggi più che mai come principio ispiratore di pratiche e processi di chi costruisce, ogni giorno, la vita per gli esseri viventi negli spazi urbani. Ma cosa vuol dire, oggi, creare città inclusive? Come possiamo destreggiarci, come operatori e operatrici culturali, tra le spinte della rigenerazione e le derive della gentrificazione?

Questo numero di CAIT raccoglie voci, testimonianze e riflessioni su un tema centrale per la città contemporanea: la capacità di chi la progetta e di chi la governa di farla aderire ai bisogni di tuttə

coloro che la vivono, in primis delle persone più fragili.

L’intenzione è quella di intercettare lo sguardo di chi progetta, sensibilmente, con il filtro delle stratificazioni sociali, del relativismo culturale, delle attitudini trasformative a cui sono sottoposte le città anche in virtù delle emergenze sociali e climatiche.

In questo numero: Leslie Kern; Pierluigi Sacco; De Haas, Hassink e Stuiver; Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola; Carlos Moreno, Florinda Saieva; Flavia Buzgar; Niels Righolt; Charles Landry e Chris Murray e, infine, Matteo Ricci.

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